9 febbraio 2026
Il settore, che regge grazie all’export, è afflitto da una sofferenza strutturale, ma ha tutte le carte in regola per un potenziale rilancio. Ne è convinto il presidente di Unapol Tommaso Loiodice
Con oltre 500 cultivar autoctone, l’Italia vanta un patrimonio di biodiversità unico al mondo, che si traduce in una straordinaria varietà di oli extravergine di oliva e in un legame profondo tra territorio, paesaggio e tradizione produttiva. Tuttavia, il settore olivicolo si trova oggi ad affrontare sfide complesse: cambiamenti climatici, aumento dei costi di produzione, fitopatie, concorrenza internazionale e necessità di innovazione lungo tutta la filiera.
Presidente Loiodice, qual è oggi lo stato di salute del settore olivicolo italiano?
«Il settore è afflitto da una sofferenza strutturale, ma ha tutte le carte in regola per un potenziale rilancio se si attuano serie politiche di innovazione, sostenibilità e incremento, oltre che recupero, delle superfici olivetate che hanno subito una drastica riduzione a causa dell’abbandono delle stesse perché economicamente poco sostenibili e in maniera ancora più drammatica a causa della Xylella che è il vero incubo degli olivicoltori non solo pugliesi ma italiani. Sicuramente il comparto paga l’assenza ormai di un vero piano di rilancio del settore, relegandolo a un ruolo meno incisivo e in costante arretramento in termini di quantità prodotta sullo scenario internazionale. Dall’essere il primo Paese produttore oggi si ritrova in un testa a testa con la Grecia per non retrocedere al quinto posto superato non solo dalla Spagna ma anche da Turchia e Tunisia, il che indebolisce anche la rappresentatività politica della nostra olivicoltura che oggi continua a difendersi grazie ad una peculiarità tutta italiana: il continuare a produrre un olio extravergine di ottima qualità e l’essere, con le sue 500 cultivar autoctone, il Paese con la maggiore biodiversità olivicola che si esplicita in 42 Dop e 8 Igp il secondo Paese esportatore, a livello mondiale, di olio extravergine di oliva».
In questo contesto è possibile rilevare un segnale positivo?
«Il dato confortevole è che l’export italiano registra una crescita in termini di volume di circa il 7 per cento a fronte di un incremento di valore di circa il 43 per cento, il che sta a significare che il comparto regge grazie all’export e ai prezzi anche se ingiustificatamente negli ultimi mesi si registra una riduzione significativa del prezzo riconosciuto ai produttori rispetto all’ultimo biennio. In altri termini i dati ci dicono che l’Italia vende meno ma a prezzi più alti, puntando principalmente sulla qualità e i marchi Dop/Igp».
Quali sono le principali criticità che gli olivicoltori devono affrontare lungo la filiera, dalla produzione alla commercializzazione?
«Uno dei principali problemi dell’olivicoltura italiana è la forte frammentazione delle aziende, che mediamente si estendono su soli 2 ettari, rendendole poco competitive e difficilmente meccanizzabili; per questo, l’unica soluzione praticabile al momento è incentivare forme associative o cooperative. Un’altra criticità significativa è rappresentata dai cambiamenti climatici: l’innalzamento delle temperature ha compromesso la
produzione già dalla fioritura, causando elevate perdite di prodotto. Il prolungarsi delle stagioni siccitose ha costretto gli olivicoltori a ricorrere sempre più spesso all’irrigazione di soccorso, aggravando il problema della scarsità idrica, con costi elevati e in continuo aumento. Tra le altre gravi criticità le fitopatie, come la Xylella, riducono produttività e qualità, mentre la soppressione di alcuni fitofarmaci fa lievitare i costi. La carenza di manodopera, sia stagionale che qualificata, richiede semplificazione delle assunzioni e formazione, oltre a rendere il settore attrattivo per le nuove generazioni. Infine, la commercializzazione resta debole: molti consumatori non sanno riconoscere un olio di qualità, scegliendo spesso in base al prezzo o preferendo oli di minor pregio.
E poi resta il grande tema della Gdo. Non si può parlare di commercializzazione e di filiera se la Gdo continua ad essere la grande assente ai tavoli di discussione e ad usare l’olio extravergine di oliva come commodity per continue offerte al ribasso in volantino».
In che modo Unapol supporta i produttori nel miglioramento della qualità e nella valorizzazione dell’olio extravergine di oliva italiano?
«La qualità è la parola d’ordine, le azioni che Unapol introduce sono quelle di offrire assistenza tecnica e consulenza tecnica alle aziende per portare a compimento un raccolto di qualità. Una consulenza e un’attenzione che Unapol cerca di trasmettere e di trasferire anche ai frantoiani, figure chiave nella trasformazione e alleati indispensabili che ci permettono di ottenere una qualità superiore dal prodotto».
L’innovazione tecnologica e la ricerca possono rappresentare un’opportunità concreta per il settore? In quali ambiti in particolare?
«Non ci potrà essere un’olivicoltura senza ricorrere alla nuova tecnologia come quella di precisione che permetterebbe una sostanziale riduzione dei costi di produzione e un uso più razionale delle materie prime o delle risorse carenti come quella idrica per non parlare della sostanziale risposta al tema della manodopera. Oggi serve conoscere droni, Gps, macchinari di nuova generazione e processi di trasformazione avanzati, ma questo introduceun ulteriore tema che è quello della formazione. Occorre progettare esperienze formative anche negli istituti agrari, perché manca in Italia una formazione specifica dedicata a tutto il mondo olivicolo, dal campo al frantoio».
MOLTI CONSUMATORI Non sanno riconoscere un olio di qualità, scegliendo spesso in base al prezzo o preferendo oli di minor pregio
Tommaso Loiodice, presidente Unapol
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