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Cronaca Repubblica Bari 9 maggio 2026

Noi conquistati dalla vostra varietà" racconta Belmar da Toledo dove si lavora per aumentare la produzione. E la Cina non resta a guardare

Specchio, specchio, qual è la migliore coratina del reame? In uno dei momenti più bui per la produzione di olio extravergine d’oliva pugliese, con i prezzi in picchiata, le contrattazioni ferme, le cisterne piene e la xylella alle porte, la strega malefica della globalizzazione sta minando tutte le certezze. La sfida è la Spagna: un giorno potrebbe produrre più olio pugliese di qualità della stessa Puglia. Ma se a Evo Oleum, l’ultima gara mondiale che si è svolta a Cordoba, la vincitrice è stata la biscegliese Frantoiani Di Molfetta — che produce coratina — nel rank dei primi 100, i produttori spagnoli sono 68. E nella top ten c'è, al quinto posto, la "Dehesa Molinillo Coratina" di Toledo.

«Lo abbiamo assaggiato e abbiamo notato che aveva una complessità olfattiva e gustativa molto diversa e accattivante, rispetto agli altri oli che avevamo assaggiato fino a quel momento», racconta Pedro Belmar, il titolare dell’azienda, che è arrivato primo in Spagna grazie al seme trapiantato dalla Murgia alla Mancha. Per ora produce 25 tonnellate ma «prevediamo di raggiungere le 60 entro 3 o 4 anni». I prezzi vanno da un minimo di 7,50 euro per una confezione da 250 millilitri, a 44,60 per due eleganti bottiglie da 500. Per l’invidia dei pugliesi, che invece lottano per ritagliarsi uno spazio negli scaffali dei supermercati, dove viaggiano tra i 5 e gli 8 euro al chilo, molto meno dei 7-12 euro di un anno fa.

Quel che in patria è disprezzato, all’estero vale oro. Lo hanno capito anche in Cina, dove da qualche anno si produce lo Jinniudai Coratina, nella prefettura del Longnan, il cui paesaggio inizia ad assomigliare sempre di più a quello della Valle d’Itria: 78mila e 300 ettari sono ormai coltivati a ulivo. Ascoltando Belmar è questa, la concorrenza che impensierisce gli spagnoli, i quali oggi guidano la classifica mondiale dei produttori con 1,37 milioni di tonnellate, mentre la Tunisia ha ormai sorpassato l’Italia con 450mila tonnellate stimate nell’ultima stagione contro le nostre 300mila, un terzo delle quali made in Puglia. La Cina, per ora, supera di poco le diecimila tonnellate. Ma punta proprio su varietà spagnole come l'Arbequina, utilizzate per le coltivazioni superintensive. Ovvero per le “armi di produzione di mass”; che hanno permesso alla Spagna di sbaragliare la concorrenza italiana, giocando sulla quantità. Ora, però, mentre nella penisola iberica e nel mondo avanza la pregiata coratina, la Puglia fa il percorso contrario, avviando produzioni superintensive: da Sammichele di Bari al Foggiano, si stima che siano 2500 gli ettari coltivati in questa maniera.

«Io non sono favorevole», precisa subito Tommaso Loiodice, presidente nazionale di Unapol, che a Corato è nato e ci vive. «Noi dobbiamo salvaguardare la nostra storia olivicola, la nostra identità». E invece, come avvenne per gli antichi romani con la Grecia, gli spagnoli dopo aver sconfitto gli italiani sul piano commerciale, a loro, e soprattutto ai pugliesi, sono ora debitori. Sul piano, in questo caso, "colturale", anziché culturale.

Chissà se l’avrebbe mai immaginato, l'agricoltore che mille anni fa o giù di lì piantò nella contrada Scannagatta di Corato la pianta madre della varietà, che quel seme un giorno avrebbe fatto il giro del mondo, arrivando perfino in Australia e in Argentina. «A noi non può che far piacere, che la cultivar sia ambasciatrice della nostra comunità e del nostro territorio — commenta il sindaco Corrado De Benedittis — anche perché l'olio che se ne ricava è particolarmente apprezzato nella medicina nutraceutica. Se viene valorizzata in Spagna questo ci dà ulteriore lustro. Certo, la coltivazione è legata alla qualità del nostro terreno». Il regno coratino in Puglia va da Andria fino al
Sudest barese e ha espugnato perfino a Bitonto, dove molti ormai la preferiscono alla Cima per le sue rese migliori. «Ma anche per il suo profumo e per le sue caratteristiche organolettiche», specifica De Benedittis, che ha favorito, con Loiodice e altri produttori, la prima associazione di
tutela della varietà.

Per fermare la crisi del settore, però, serve altro. Nicola Ruggiero, presidente del consorzio di Oliveti d’Italia, vuole gli stati generali dell'olivicoltura: «Abbiamo banalizzato la nostra produzione, pensando che l'italianità bastasse. E invece mentre i nostri produttori si sono spinti verso il commerciale, i nostri competitor internazionali hanno fatto l'opposto. Rubando le nostre quote di
mercato di qualità».

 

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