12 ottobre 2026
Corriere del Mezzogiorno intervista al presidente Loiodice di Giuseppe Di Bisceglie 12 ott 2026
Con il nuovo prodotto in arrivo, i magazzini risultano ancora pieni e il prezzo è sceso da 9 a 4 euro al chilo, col rischio che questa quotazione venga estesa anche all’olio di nuova produzione.
Prima Bitonto, poi Corato. Oggi Bari, davanti alla Prefettura. La protesta degli olivicoltori pugliesi si sposta lungo le strade e nelle piazze, ma il problema rimane lo stesso: il prezzo dell’olio scende, le spese per produrlo restano elevate e, con la nuova campagna alle porte, per molte aziende diventa sempre più difficile capire se il lavoro di un’intera stagione sarà remunerativo.
Nel territorio tra Corato e Bitonto, cuore dell’olivicoltura pugliese, la crisi ha assunto contorni che preoccupano l’intera filiera. Le quotazioni, secondo le denunce dei produttori, sono passate da circa 9 a 4 euro al chilo. Intanto, una parte consistente dell’olio della precedente campagna è rimasta invenduta nei serbatoi di frantoi e cooperative. La nuova raccolta si avvicina e gli spazi per accogliere il prodotto cominciano a scarseggiare. È una condizione che stringe le aziende tra due necessità: vendere le scorte per recuperare liquidità e liberare le cisterne, oppure attendere quotazioni migliori, con il rischio di arrivare impreparate all’inizio della lavorazione. In entrambi i casi, il margine di manovra si riduce. Le spese sostenute per la coltivazione, la raccolta e la molitura devono essere coperte, mentre gli incassi tardano e la disponibilità di denaro diventa essenziale per affrontare la stagione successiva.
Tommaso Loiodice, presidente nazionale di Unapol, aveva segnalato il problema già a luglio. Nel Nord Barese, secondo i dati riferiti allora, circa la metà dell’olio prodotto nell’ultima campagna risultava ancora invenduta. Frantoi e cooperative avevano i depositi occupati e molti agricoltori aspettavano ancora di incassare il ricavato del raccolto.
Ad agosto Unapol era tornata sulla questione, indicando oltre 200 mila tonnellate di olio della precedente campagna ancora stoccate tra frantoi e cooperative. Le giacenze rappresentavano il segnale più evidente di un mercato incapace di assorbire il prodotto nei tempi attesi. Con il passare delle settimane, la difficoltà commerciale si è trasformata in un problema che investe direttamente l’organizzazione della nuova raccolta. Per ricevere l’olio appena prodotto occorre, infatti, liberare spazio. E quando il mercato rallenta, la necessità di svuotare i serbatoi può costringere a vendere alle condizioni disponibili, anche quando le quotazioni sono giudicate insufficienti dagli operatori.
Il rischio è che il prezzo ottenuto per le scorte precedenti diventi il riferimento, al ribasso, anche per il nuovo raccolto.
A inizio ottobre il prezzo dell’olio italiano è precipitato intorno ai 4-4,10 euro al chilo. Il colpo di grazia oltre che la certificazione della difficoltà da parte delle imprese a disporre di liquidità, con conseguente ostacolo per gli acquisti della nuova campagna. La questione riguarda l’intera filiera: se frantoi e cooperative faticano a finanziare gli acquisti, gli agricoltori rischiano di trovare meno compratori per le proprie olive o di dover accettare condizioni economiche penalizzanti.
L’olio invenduto immobilizza capitale, mentre le aziende continuano a sostenere le spese correnti, pagare fornitori e lavoratori e preparare la raccolta. La crisi delle quotazioni si intreccia così con quella del credito. E il problema assume un carattere urgente proprio nel momento in cui il ciclo produttivo impone nuovi investimenti.
Il crollo verticale è legato alle importazioni di olio comunitario ed extracomunitario, dalle caratteristiche organolettiche differenti da quello italiano. La Tunisia è diventata il riferimento principale della protesta, in un mercato nel quale i produttori italiani denunciano difficoltà a competere con oli provenienti da Paesi caratterizzati da strutture di costo differenti.
L’incidenza effettiva delle importazioni sul ribasso delle quotazioni richiede tuttavia un confronto fra volumi arrivati in Italia, prezzi all’importazione, disponibilità di prodotto e andamento delle vendite. Le dinamiche del mercato dipendono anche dalle scorte, dalla domanda e dalle strategie commerciali degli operatori. Attribuire l’intera flessione a una sola componente rischierebbe di lasciare in ombra gli altri squilibri della filiera.
Resta la richiesta di maggiori garanzie sulla provenienza dell’olio e di controlli efficaci lungo la catena commerciale. Gli olivicoltori chiedono che la tracciabilità sia verificabile e che siano contrastate le eventuali frodi sull’origine. La concorrenza internazionale, nel rispetto delle regole europee, richiede trasparenza e controlli in grado di tutelare tanto i produttori quanto i consumatori.
Sul bilancio delle aziende pesano le spese per potatura, trattamenti, concimi, carburante, manodopera, trasporto e molitura. La loro incidenza varia in base alle caratteristiche degli impianti, alle rese, alla qualità del prodotto e all’organizzazione aziendale. Con quotazioni intorno ai livelli denunciati dai manifestanti, tuttavia, molte imprese temono di non riuscire a recuperare i costi sostenuti. Il problema si estende ai frantoi, chiamati a programmare le lavorazioni e a reperire le risorse per acquistare le olive, e alle cooperative, che devono gestire le giacenze e collocare il prodotto. Una filiera con scarsa liquidità rischia di trasmettere le difficoltà da un passaggio all’altro, fino a far ricadere sul produttore agricolo la parte più pesante della pressione sui prezzi.






